20 anni di carriera e quasi altrettanti da capitano della stessa senza aver mai vinto nulla o quasi e senza mai aver inciso in niente deve essere molo frustrante. Se poi hai vissuto in un ambiente in cui ti hanno dato decine di premi insignificanti, qualcuno anche inventato per l’occasione, premi con nomi poco probabili e che sfido chiunque a ricordarseli oppure ad ogni inizio stagione ti hanno convinto che potevi vincere scudetti, Champions League o palloni d’oro addirittura per qualche merito di cui anche qui faccio fatica a ricordare le motivazioni talmente erano assurde e alla fine della tua carriera prendi coscienza che tutto questo movimento è stato solo frutto di un sogno, di vorrei ma non posso, come si dice a Roma “te pia male de brutto”.

Dentro il raccordo anulare, grazie ad una stampa insiegabilmente in ginocchio,  gli affiancano ogni tipo di trofeo o vittoria o magnifiche qualità ma è già sufficiente prendere la corsia esterna e quindi allontanarsi di pochi metri da Roma e già non lo conosce quasi più nessuno. Addirittura la UEFA a mezzo twitter, facendogli gli auguri di compleanno lo chiamò Fernando invece di Francesco, questo per far capire quanta importanza potesse avere fuori dalla Capitale.

Comunque riprendendo il discorso dei “sogni”  per chiunque sarebbe, sotto il profilo sportivo, motivo di disperazione ma come spesso si dice, al peggio non c’è mai fine ed ecco arrivare quello che si può definire l’ultimo colpo, quello che ti spegnerà per sempre ovvero la mancata qualificazione alla finale di coppa Italia contro la Lazio quello che è stato per te il tuo nemico principale, per eccellenza.

Ho parlato giustamente di ultimo colpo e non a caso perchè la storia dice che era già moribondo per i colpi ricevuti sempre dal suo peggior nemico, la Lazio. Colpi che nonostante siano passati 4 anni ancora sono caldi nella sua mente.

Quindi dopo non aver vinto nulla nella tua carriera, dopo che che perdi il derby in finale di coppa Italia e che avevi definito come una finale di Champions, continui a collezionare sconfitte pesanti come quella della semifinale del 4 aprile 2017.

Per la cronaca si può dire che è tutto finito e che non ci potrebbe essere altro di peggio.

Invece no, per i tifosi della prima squadra Capitale c’è ancora un’episodio da rilevare anzi 2, quest’ultimo lo ripeto il più bello ed importante.

Il primo è il ricordo della conquista della semifinale di coppa Italia da parte della Roma con un calcio di rigore a favore concesso oltre il 90° minuto contro il Cesena, una squadra di serie B e senza il quale il tifo Laziale non potrebbe continuare a gioire e accentuare il 26 maggio 2013.

Un rigore dato per regalare una semifinale ma che invece si è rilevato l’ennesimo incubo giallorosso per il suo epilogo

Il 2° episodio lo considero quasi come un trofeo da mettere in bacheca (anche se goliardico) e sono le immagini di un Totti visibilmete e palesemente frustrato e umiliato che reagisce nel peggior modo possibile lanciando il pallone verso Wallace mentre questo  guardava altrove.

E allora per spiegare nel migliore dei modi lo stato d’animo di “Fernando” è precisa l’occasione per citare Alberto Sordi: “Il romano ha la battuta nel sangue! Te sfotte e te deride ma se, accantona la battuta e inizia a dì cattiverie, è segno che stà a rosicà !

Totti la cattiverie nella circostanza non le ha dette ma l’ha fatte o meglio nell’intenzione il suo gesto è stata una cattiveria ma per noi sarà per sempre l’immagine di chi ha preso coscienza delle brucianti sconfitte e sa che non potrà più avere occasioni di rivincita e allora “ROSICA”.

Per lui un tramonto umiliante per i Laziali l’ennesima vittoria sugli ospiti poco graditi di Roma.